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Esiste un vero e proprio alfabeto
del tombolo, la "Sceda". Questa
parola, probabilmente dal latino "scheda",
significa "modello", "forma", "campione".
Essa è costituita da una serie di moduli diversi
via via più complicati.
Si parte dalla "flettrua", specie
di trecciolina che si realizza con due coppie di fuselli,
per arrivare a raffigurazioni di animali o fiori realizzate
con molte coppie di fuselli fino ad un massimo
di 28 per la ”pupuatta" (bambola).
I nomi di questi moduli, generalmente dialettali, derivano
dal modo di lavorazione o hanno origine fantasiosa.
Procedendo per gradi, la sceda dà alle
allieve gli elementi fondamentali per realizzare il merletto
secondo un disegno riprodotto su cartoncino (stampa)
ed applicato al tombolo.
Essa rappresenta il percorso che ogni esperta trinaia ha
compiuto per l’acquisizione di una buona tecnica
di esecuzione del merletto al tombolo.
Il termine è usato anche per indicare il singolo
modello o modulo.
La progressione dei diversi gradi di difficoltà è la
seguente:
- La flettrua: trecciolina
eseguita con due coppie di fuselli. Rappresenta la
prima lavorazione presente nella sceda,
vale a dire la più semplice.
- I diént d’i chiane:
(i denti dei cani) successione di triangolini
formati con la lavorazione della flettrua.
E’ la più elementare forma di pizzo.
- I pint pint: lavorazione
bucherellata che prelude alle retine. Essa
può trovarsi in molti moduli più complessi,
laddove si parla di lavorazione a pint.
Il nome, forse da pinto o pitturato, allude alla
leggerezza della trama.
- I pint e lisci: alternanza
della lavorazione bucherellata dei pint pint e
di una lavorazione liscia e più compatta.
La parte liscia contraddistingue, come accade per
i pint pint, una lavorazione che verrà usata
nei modelli successivi, chiamata a liscio.
- Le cappiétte:
lavorazione ad incrocio.
- Le pescetèlle:
successione di piccoli pesci, che rappresentano il
primo vero segno grafico della sceda.
- Le mèse cambrucce (le
mezze camerette): disegno dato da una successione
di fori separati e alternati, a destra e a sinistra,
da una serpentina.
- Le crucétte (le
crocette): modello dal quale sia la lavorazione
che il disegno iniziano ad evolvere verso metodi
nuovi e più complessi.
- Le chiuse ad otto: il
disegno rappresenta veramente un otto.
- Le leschetèlle (le
piccole lische): successione di disegni che
richiamano lo scheletro dei pesci.
- I pezzuaréie ch’la scaluccia (il
pizzo piccolo con la scaletta): pizzo che
forma una scala attraverso l’aumento e la
diminuzione di fuselli (20 coppie).
- I pezzuaréie
ch’i róte (il
pizzo piccolo con il ”roto”):
la particolarità di questa trina è data
dalla presenza centrale di un elemento dalla
forma ovale ad imitazione di una teglia (roto=teglia) eseguito
con la tecnica di lasciare e riprendere le coppie.
Per la lavorazione occorrono 21 coppie di fuselli.
- I pezzuaréie ch’ la resvolta (il
pizzo piccolo con la svolta): modello caratterizzato
da un mezzo róte o pezzuaréie e
una viarella di liscio centrale ad effetto ondulato.
Per la lavorazione occorrono 21 coppie.
- La retina: la lavorazione è simile
a quella del tulle, ma la consistenza è senz’altro
maggiore.
- La retina ch’ la resvolta:
trina caratterizzata dalla presenza di una rete formata
da piccole cappiette e da uno snodo centrale lavorato
a liscio, il quale ha origine dal passaggio
di 6 coppie di fuselli da una parte all’altra.
Per la lavorazione occorrono 24 coppie di fuselli.
- La retina ch’i róte:
trina originata dalla combinazione di più modelli:
i róte (disegno ovale a forma di
teglia), la risvolta e la retina.
Al lato della viarella centrale vengono
eseguite 9 cappiette esterne. Il róte viene
posizionato al centro di una rete di cappiette eseguita
con 9 coppie di fuselli. Per la lavorazione occorrono
26 coppie di fuselli.
- Le tre fernecèlle (le
tre foglioline): sceda di particolare difficoltà con
la quale si introduce la retrnata in più punti
di un passaggio e la lavorante deve essere in grado
di leggerla da sola. Il risultato finale è costituito
da tre foglioline. Per la lavorazione occorrono
24 coppie di fuselli.
- I girasòle: (il
girasole) questa trina presenta una viarella ondulata
di liscio centrale che alterna ai lati
una serie di nove cappiette e una composizione
di intrecci detta appunto girasole. Per la lavorazione
occorrono 24 coppie di fuselli.
- La giarra: disegno rappresentante
una giara.
- La giarra e la frasca:
(la giara e il ramoscello) è una
diversa interpretazione delle tre fernecelle che
porta alla formazione di un ramoscello con una girata
centrale. Per la lavorazione occorrono 28 coppie
di fuselli.
- La passata d’i tammariéi (il
passaggio dei fuselli): questo nome più che
ricordare una forma indica una tecnica di lavoro.
La trina è formata da due moduli distinti:
il primo è dato da quattro riôte
(plurale di róte=teglia) uniti al centro
e ai bordi con coppiette; il secondo è formato
da una rete detta appunto passata d’i
tammariéi. Per la lavorazione occorrono
28 coppie di fuselli.
- La pupuatta (la bambola):
modello formato da una rete a velo al centro
della quale, attraverso una lavorazione a liscio,
si disegna una bambola. Rappresenta una fra le ultime
e più complesse lavorazioni della sceda.
Per la lavorazione occorrono 28 coppie di fuselli.
- La papara e la fónde (la
papera e la fonte): merletto che prende il
nome dai soggetti rappresentati.
- I còre (il
cuore): in questa trina si lavorano alcuni
punti a liscio in una rete di coppiette
formando un cuore.
- I òme, la
femmena, la fónde (L’uomo,
la donna, la fonte): il disegno si riferisce
ad uno sfondo di paesaggio avente come soggetti
un uomo, una donna ed una fontana.
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