lunedì, 6 Settembre 2010

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Esiste un vero e proprio alfabeto del tombolo, la "Sceda". Questa parola, probabilmente dal latino "scheda", significa "modello", "forma", "campione". Essa è costituita da una serie di moduli diversi via via più complicati.
Si parte dalla "flettrua", specie di trecciolina che si realizza con due coppie di fuselli, per arrivare a raffigurazioni di animali o fiori realizzate con molte coppie di fuselli fino ad un massimo di 28 per la ”pupuatta" (bambola).
I nomi di questi moduli, generalmente dialettali, derivano dal modo di lavorazione o hanno origine fantasiosa.
Procedendo per gradi, la sceda dà alle allieve gli elementi fondamentali per realizzare il merletto secondo un disegno riprodotto su cartoncino (stampa) ed applicato al tombolo.
Essa rappresenta il percorso che ogni esperta trinaia ha compiuto per l’acquisizione di una buona tecnica di esecuzione del merletto al tombolo.
Il termine è usato anche per indicare il singolo modello o modulo.
La progressione dei diversi gradi di difficoltà è la seguente:
  • La flettrua: trecciolina eseguita con due coppie di fuselli. Rappresenta la prima lavorazione presente nella sceda, vale a dire la più semplice.
  • I diént d’i chiane: (i denti dei cani) successione di triangolini formati con la lavorazione della flettrua. E’ la più elementare forma di pizzo.
  • I pint pint: lavorazione bucherellata che prelude alle retine. Essa può trovarsi in molti moduli più complessi, laddove si parla di lavorazione a pint. Il nome, forse da pinto o pitturato, allude alla leggerezza della trama.
  • I pint e lisci: alternanza della lavorazione bucherellata dei pint pint e di una lavorazione liscia e più compatta. La parte liscia contraddistingue, come accade per i pint pint, una lavorazione che verrà usata nei modelli successivi, chiamata a liscio.
  • Le cappiétte: lavorazione ad incrocio.
  • Le pescetèlle: successione di piccoli pesci, che rappresentano il primo vero segno grafico della sceda.
  • Le mèse cambrucce (le mezze camerette): disegno dato da una successione di fori separati e alternati, a destra e a sinistra, da una serpentina.
  • Le crucétte (le crocette): modello dal quale sia la lavorazione che il disegno iniziano ad evolvere verso metodi nuovi e più complessi.
  • Le chiuse ad otto: il disegno rappresenta veramente un otto.
  • Le leschetèlle (le piccole lische): successione di disegni che richiamano lo scheletro dei pesci.
  • I pezzuaréie ch’la scaluccia (il pizzo piccolo con la scaletta): pizzo che forma una scala attraverso l’aumento e la diminuzione di fuselli (20 coppie).
  • I pezzuaréie ch’i róte (il pizzo piccolo con il ”roto”): la particolarità di questa trina è data dalla presenza centrale di un elemento dalla forma ovale ad imitazione di una teglia (roto=teglia) eseguito con la tecnica di lasciare e riprendere le coppie. Per la lavorazione occorrono 21 coppie di fuselli.
  • I pezzuaréie ch’ la resvolta (il pizzo piccolo con la svolta): modello caratterizzato da un mezzo róte o pezzuaréie e una viarella di liscio centrale ad effetto ondulato. Per la lavorazione occorrono 21 coppie.
  • La retina: la lavorazione è simile a quella del tulle, ma la consistenza è senz’altro maggiore.
  • La retina ch’ la resvolta: trina caratterizzata dalla presenza di una rete formata da piccole cappiette e da uno snodo centrale lavorato a liscio, il quale ha origine dal passaggio di 6 coppie di fuselli da una parte all’altra. Per la lavorazione occorrono 24 coppie di fuselli.
  • La retina ch’i róte: trina originata dalla combinazione di più modelli: i róte (disegno ovale a forma di teglia), la risvolta e la retina. Al lato della viarella centrale vengono eseguite 9 cappiette esterne. Il róte viene posizionato al centro di una rete di cappiette eseguita con 9 coppie di fuselli. Per la lavorazione occorrono 26 coppie di fuselli.
  • Le tre fernecèlle (le tre foglioline): sceda di particolare difficoltà con la quale si introduce la retrnata in più punti di un passaggio e la lavorante deve essere in grado di leggerla da sola. Il risultato finale è costituito da tre foglioline. Per la lavorazione occorrono 24 coppie di fuselli.
  • I girasòle: (il girasole) questa trina presenta una viarella ondulata di liscio centrale che alterna ai lati una serie di nove cappiette e una composizione di intrecci detta appunto girasole. Per la lavorazione occorrono 24 coppie di fuselli.
  • La giarra: disegno rappresentante una giara.
  • La giarra e la frasca: (la giara e il ramoscello) è una diversa interpretazione delle tre fernecelle che porta alla formazione di un ramoscello con una girata centrale. Per la lavorazione occorrono 28 coppie di fuselli.
  • La passata d’i tammariéi (il passaggio dei fuselli): questo nome più che ricordare una forma indica una tecnica di lavoro. La trina è formata da due moduli distinti: il primo è dato da quattro riôte (plurale di róte=teglia) uniti al centro e ai bordi con coppiette; il secondo è formato da una rete detta appunto passata d’i tammariéi. Per la lavorazione occorrono 28 coppie di fuselli.
  • La pupuatta (la bambola): modello formato da una rete a velo al centro della quale, attraverso una lavorazione a liscio, si disegna una bambola. Rappresenta una fra le ultime e più complesse lavorazioni della sceda. Per la lavorazione occorrono 28 coppie di fuselli.
  • La papara e la fónde (la papera e la fonte): merletto che prende il nome dai soggetti rappresentati.
  • I còre (il cuore): in questa trina si lavorano alcuni punti a liscio in una rete di coppiette formando un cuore.
  • I òme, la femmena, la fónde (L’uomo, la donna, la fonte): il disegno si riferisce ad uno sfondo di paesaggio avente come soggetti un uomo, una donna ed una fontana.

Gal Abruzzo Italico
 
Museo del Tombolo - Piazza Municipio, 16 (Palazzo Fanzago) - Tel. 0864.640004-03 - Pescocostanzo (Aq)